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24.1.07

Se è vero che non siamo mai stati umani, che fare?

Nicholas Gane intervista Donna Haraway

NG: Il Manifesto Cyborg fu pubblicato per la prima volta nel 1985 sulla Socialist Review, quindi nel 2006 ha compiuto ventun anni. Quali erano gli scopi e i motivi che le hanno spinto a scrivere quel saggio?

DH: All’inizio degli anni Ottanta mi fu chiesto in due occasioni di prendere posizione in forma scritta sulle discussioni del femminismo socialista americano e più in generale del movimento della Nuova Sinistra (New Left). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, subito dopo l’elezione di Reagan il collettivo della Socialist Review della West Coast chiese a me e a molte altre – Barbara Ehrenreich ad esempio– di scrivere cinque pagine sulla questione del femminismo socialista chiedendoci quali fossero le cose più urgenti da cambiare nella politica. La domanda era sul futuro dei nostri movimenti in seguito all’elezione di Reagan, e naturalmente su cosa rappresentasse più in generale quella elezione dal punto di vista culturale e politico, non solo negli Stati Uniti ma nel resto del mondo. La Thatcher in Inghilterra rappresentava in parte le medesime tendenze, ma eravamo di fronte a una formazione ideologica che superava il livello strettamente nazionale.

Ci chiesero perciò di scrivere cinque pagine su questi temi a partire dagli strumenti della nostra tradizione politica; quello fu l’impulso immediato per la stesura del testo pubblicato poi sulla Socialist Review e circolato come ‘manifesto per i cyborg’, ovvero, come in realtà volevo intitolarlo, Cyborg Manifesto, in relazione ironica con il manifesto comunista di Marx. Vi fu poi un’altra occasione legata alla medesima rete: una conferenza internazionale dei movimenti della Nuova Sinistra che si tenne a Cavtat nella ex-Jugoslavia (ora Croazia) un paio di anni prima della pubblicazione dell’intervento sulla Socialist Review. Mi fu chiesto di rappresentare a quella conferenza il collettivo della Socialist Review; questo mi aiutò a pensare in modo più transnazionale all’informatica del dominio, alla politica cyborg e alla straordinaria importanza degli universi creati dalle tecnologie dell’informazione.

C'era poi la mia storia personale di biologa. In effetti ho un PhD in biologia. Amavo la biologia ed ero sinceramente appassionata ai suoi progetti di conoscenza, alle sue materialità, ai suoi organismi e universi. D’altra parte ho sempre abitato il campo della biologia a partire da una formazione accademica altrettanto rigorosa di stampo letterario e filosofico. Politicamente e storicamente non ho mai potuto accettare l’organismo come ‘qualcosa che semplicemente esiste’. Ero estremamente interessata a come ogni organismo è oggetto di conoscenza in quanto sistema di produzione e ripartizione di energia, e come sistema di divisione del lavoro in funzione dell’esecuzione di compiti. Una storia dell’ecosistema come oggetto poteva emergere soltanto in una cornice che comprendesse la gestione delle risorse, la localizzazione delle energie mediante i livelli trofici, i dispositivi di tagging svuluppati nei laboratori atomici di Savannah River, e i legami interdisciplinari sviluppati in tempo di guerra tra cibernetica, chimica nucleare e teoria dei sistemi.

Non ho mai potuto veramente occuparmi di biologia senza la coscienza impossibile della radicale storicità di quegli oggetti di conoscenza. Dopo aver letto Foucault è impossibile rimanere come prima. Tuttavia non sono mai stata postmoderna a partire da una prospettiva letteraria o di storia dell'architettura. Per me si è sempre trattato della materialità delle strumentazioni di organismi e laboratori; sono sempre stata interessata ai diversi attori non-umani sulla scena. Il Manifesto cyborg è nato da tutto questo.

NG: Naturalmente il Manifesto è anche un manifesto di teoria femminista.

DH: E’ un documento teorico femminista che affronta la questione del mondo in cui viviamo e pone la domanda ‘Che fare?’ I manifesti sono provocatori perché pongono due domande: a che punto ci troviamo, e cosa possiamo fare a partire da qui? La domanda sul ‘Che fare?’ è già nel trattato di Lenin del 1902, ma la mia risposta è molto diversa dal suo appello per la costituzione di un partito rigidamente controllato di rivoluzionari specializzati.

NG: Lei ha affermato che alcuni lettori del libro erano da una parte disposti ad ‘accettare il Manifesto cyborg nella sua analisi della tecnologia’ ma dall'altra tendevano a ‘mettere da parte il femminismo’(Haraway, 2004: 325). Forse possiamo cominciare da qui. In che senso il Manifesto cyborg è un manifesto femminista? In seguito lei ha parlato di un ‘femminismo che non abbraccia la Donna, ma è per le donne’(2004: 329). Qual è esattamente il fondamento di tale femminismo?

DH: Beh, la questione è complessa; possiamo soltanto seguire un paio di linee guida nel riflettere intorno a questo problema. Partendo da bell hooks, e dunque considerandolo come se fosse un verbo, il femminismo ha a che fare con donne in movimento, e non con uno specifico dogma. Insieme con molte altre sono stata completamente assorbita dal movimento delle donne della mia generazione. Sono stata coinvolta nella politica del movimento di liberazione delle donne nato alla fine degli anni Sessanta, e da lì ho maturato un’esperienza molto personale che aveva a che fare con le sue divisioni di classe e di razza: la comprensione della forza e dei limiti del femminismo storico che ho vissuto, personalmente, nei miei piccoli ambiti collettivi.

Ma c'era anche una visione più ampia che cercava di testimoniare l’impossibile speranza che il dis-ordine costituito non sia inevitabile. Questa tradizione di pensiero proviene dalla teoria critica e vede nel femminismo un gesto di rifiuto dinanzi alla profonda sofferenza che è nelle vite delle donne di tutto il mondo ed è radicata profondamente nella storia; al tempo stesso accetta il fatto che non si è trattato sempre solo di sofferenza. Nelle vite delle donne c'è molto da celebrare, nominare e sperimentare; tra di noi si manifestano urgenti bisogni culturali e di organizzazione politica – chiunque siano queste ‘noi’.

Il femminismo ha lasciato un’eredità complicata, è stato un luogo di politica urgente e di intenso piacere che nasceva dal fatto di far parte di un movimento di donne. A questo si aggiunga il fatto che ci arrivavo da scienziata, perdipiù biologa, non quindi una scienziata in senso tradizionale, e come cattolica, una cattolica che pur rifiutando la Chiesa non è mai stata in grado di diventare una semplice umanista laica. La semiosi è fatta di sangue e di carne e non mi ha mai soddisfatto una semiotica puramente testuale ed estremamente rarefatta. Il testo è sempre fatto di carne, e generalmente non umano, non 'fatto', non 'uomo'. Questo significava e significa ancora per me il femminismo.

NG: Alcuni lettori del Manifesto hanno osservato che lei ‘insiste sulla femminilità del cyborg’ (Haraway, 2004: 321). E’ corretto? In un passo importante lei scrive che ‘il cyborg è una creatura di un mondo post-gender’(1991a:150), ma in seguito ha dichiarato che non le è mai piaciuto il termine ‘post-gender’(Haraway, 2004: 328). Come mai? In un mondo ricco di trasversalità in cui i confini tra natura e cultura non sono più limpidi, il concetto di ‘post-gender’ potrebbe avere una certa utilità. Alla fine del Manifesto lei allude al ‘sogno utopico’ di ‘un mondo mostruoso senza genere' (1991a: 181). L’idea di trascendere il genere, allora, non sarebbe niente più (o niente meno) che un ‘sogno utopico’?

DH: No! Naturalmente il genere è ancora in mezzo a noi, e più spietatamente che mai. Anche se vi sono delle piccole increspature, esso viene ricostituito in tutta una serie di modi. Ma vi è anche un universo ‘in transito’, e ciò fa sì che gender non sia più il termine giusto. Ci sono delle persone trans che stanno facendo un lavoro teorico veramente interessante, tra le quali una mia ex studente – Eva Shawn Hayward – che rifiuta di usare il termine genere in relazione a delle persone (2004). Attraverso i prefissi post- e trans- si stanno facendo un sacco di cose interessanti. Non si tratta di un sogno utopico ma di un progetto in corso e interamente sul campo. Ho qualche problema con il modo in cui alcuni aspirano a un mondo utopico 'post-gender' e dicono “Eh, allora non importa più se sei uomo o donna”. Questo non è vero. D’altra parte in alcuni luoghi di immaginazione e di creazione di universi, è effettivamente vero, per motivi che possono essere buoni o meno buoni.

NG: Che cosa ne pensa del genere in un mondo sempre più dominato dalla trasversalità?

DH: Nel modo in cui Susan Leigh Star e Geoff Bowker mi hanno insegnato a pensare: bisogna lavorare sulle categorie (Bowker-Star 1999). Senza mitizzarle. Senza pensare che spariscano solo perché le abbiamo sottoposte a critica. Le categorie non svaniscono solo perché noi o il nostro gruppo ha capito come funzionano, e non è detto che siano costruite artificialmente soltanto perché abbiamo capito che sono il risultato di operazioni. Per certi aspetti viviamo in un universo post-gender, per altri viviamo invece in un mondo dove il genere è insediato spietatamente. Forse le teoriche femministe di colore sono quelle che hanno visto nel giusto quando hanno detto che viviamo in un universo di intersezioni. Leigh e Geoff volevano dire una cosa analoga quando hanno introdotto il concetto di momento torcente. Siamo in un universo dove gli individui devono abitare simultaneamente entro diverse categorie non isomorfe, ciascuna delle quali opera su di essi una pressione vettoriale. Di conseguenza per certi versi l’idea di 'post-gender' ha un senso, ma mi irrita quando la vedo trasformata in progetto utopico.

NG: Vuol dire che lei ha usato il termine 'post-gender' come provocazione, mentre altri l’hanno poi sviluppato in altre direzioni?

DH: Sì. Che dire poi dell’idea di un mondo senza genere, almeno per come lo conosciamo? Alcuni l’hanno interpretato come un universo senza desiderio, senza sesso biologico, senza inconscio, e certamente non volevo dire questo. Intendevo dire che la teoria freudiana dell’inconscio è soltanto una analisi dei legami più prossimi, per quanto assai efficace.

(Theory, Culture & Society 23/7–8, pp. 136-58; traduzione di Marco Pustianaz)
Link al testo inglese online

[continua parte 2]

19.1.07

Beatriz Preciado, "Donne ai margini"

Mentre la retorica della violenza di genere si diffonde nei mezzi di comunicazione invitandoci a continuare a immaginare il femminismo come un discorso politico articolato intorno alla opposizione dialettica tra gli uomini (dal lato della dominazione) e le donne (dal lato delle vittime), il femminismo contemporaneo, senza dubbio uno dei territori teorici e pratici che ha subito un'enorme trasformazione e critica riflessiva dagli anni Settanta, insiste nell'inventare immaginari politici e nel creare strategie di azione che mettono in questione ciò che sembra più ovvio: che il soggetto politico del femminismo siano le donne. Vale a dire, le donne intese come una realtà biologica predefinita, ma, soprattutto, le donne come devono essere, bianche, eterosessuali, sottomesse e di classe media. Emergono in questa ricerca nuovi femminismi di moltitudini, femminismi per i mostri, progetti di trasformazione collettiva per il secolo XXI.

Questi femminismi dissidenti si rendono visibili a partire dagli anni Ottanta quando, in successive ondate critiche, i soggetti esclusi dal femminismo benpensante cominciano a criticare i processi di purificazione e la repressione dei loro progetti rivoluzionari che hanno portato a un femminismo grigio, normativo e puritano che vede nelle differenze culturali, sessuali o politiche delle minacce al proprio ideale eterosessuale ed eurocentrico di donna. Si tratta di ciò che potremmo chiamare con la lucida espressione di Virginie Despentes il risveglio critico del "proletariato del femminismo", i cui cattivi soggetti sono le puttane, le lesbiche, le violentate, le maschiacce, le e i transessuali, le donne che non sono bianche, le musulmane... in fondo, quasi tutte noi.

Questa trasformazione del femminismo sarà completata attraverso successivi decentramenti del soggetto donna che in modo trasversale e simultaneo rimetteranno in questione il carattere naturale e universale della condizione femminile. Il primo di questi spostamenti verrà da parte delle teorie gay e lesbiche, come quelle di Michel Foucault, Monique Wittig, Michael Warner o Adrienne Rich, che definiranno l'eterosessualità come un regime politico e un dispositivo di controllo che produce la differenza tra uomini e donne, e trasforma la resistenza alla normalizzazione in patologia. Judith Butler e Judith Halberstam insisteranno nei processi di significazione culturale e di stilizzazione del corpo attraverso i quali si normalizzano le differenze tra i generi, mentre Donna Haraway e Anne Fausto-Sterling metteranno in questione l'esistenza di due sessi come realtà biologiche indipendentemente dai processi tecnico-scientifici di costruzione della rappresentazione. Per un altro verso, insieme ai processi di emancipazione dei neri negli Stati Uniti e di decolonizzazione del cosiddetto Terzo Mondo, si alzeranno le voci di critica nei confronti dei presupposti razzisti del femminismo bianco e coloniale. Per mano di Angela Davis, bell hooks, Gloria Anzaldúa o Gayatri Spivak saranno visibili i progetti del femminismo nero, postcoloniale, musulmano o della diaspora, che costringerà a ripensare il genere nella sua relazione costitutiva con le differenze geopolitiche di razza, di classe, di emigrazione e di traffico di esseri umani.

Una delle svolte più produttive nascerà proprio da quegli ambiti che fino adesso erano stati considerati come bassifondi della vittimizzazione femminile e dai quali il femminismo non si aspettava né voleva aspettarsi un discorso critico. Si tratta delle lavoratrici sessuali, le attrici porno e gli antagonisti sessuali. Buona parte di questo movimento si struttura a livello discorsivo e politico intorno ai dibattiti del femminismo contro la pornografia che comincia negli Stati Uniti negli anni Ottanta e che è noto con la denominazione di "guerre femministe del sesso". Catharine Mackinnon e Andrea Dworkin, portavoci di un femminismo antisessuale, utilizzano la pornografia come modello per spiegare l'oppressione politica e sessuale delle donne. Usando lo slogan di Robin Morgan "la pornografia è la teoria, la violenza sessuale la pratica", condannano la rappresentazione della sessualità femminile portata avanti dai mezzi di comunicazione come una forma di promozione della violenza di genere, della sottomissione sessuale e politica delle donne e chiedono l'abolizione totale della pornografia e della prostituzione. Nel 1981, Ellen Willis, una delle pioniere della critica femminista rock negli Stati Uniti, sarà la prima a intervenire in questo dibattito per criticare la complicità di questo femminismo abolizionista con le strutture patriarcali che reprimono e controllano il corpo delle donne nella società eterosessuale. Per Willis, le femministe abolizioniste restituiscono allo Stato il potere di regolare la rappresentazione della sessualità, concedendo un doppio potere a una istituzione ancestrale di origine patriarcale. I risultati perversi del movimento contro la pornografia si sono visti in Canada, dove con l'applicazione delle misure di controllo sulla rappresentazione della sessualità secondo criteri femministi, le prime pellicole e pubblicazioni censurate sono state quelle provenienti dalle minoranze sessuali, in particolare le rappresentazioni lesbiche (per la presenza di dildo) e le lesbiche sadomasochiste (considerate offensive per le donne dalla commissione statale ), mentre le rappresentazioni stereotipate della donna nel porno eterosessuale non sono state censurate.

Di fronte a questo femminismo di Stato il movimento post-porno afferma che lo Stato non può proteggerci dalla pornografia, prima di tutto perché la decodifica della rappresentazione è sempre un lavoro semiotico aperto dal quale non bisogna astenersi, bensì va affrontato con la riflessione, il discorso critico e l'azione politica. Willis sarà la prima a definire femminismo "pro-sessuale" questo movimento politico-sessuale che fa del corpo e del piacere delle donne piattaforme politiche di resistenza al controllo e alla normalizzazione della sessualità. Parallelamente, la prostituta californiana Scarlot Harlot utilizzerà per la prima volta l'espressione "lavoro sessuale" per intendere la prostituzione, rivendicando la professionalizzazione e l'uguaglianza di diritti delle puttane nel mercato del lavoro. Ben presto, a Willis e Harlot si uniranno le prostitute di San Francisco (riunite nel movimento COYOTE, creato dalla prostituta Margo Saint James), di New York (PONY, Prostitute di New York, dove lavora Annie Sprinkle), così come del gruppo attivista di lotta contro l'Aids ACT UP, ma anche le attiviste radicali lesbiche e praticanti sadomasochiste (Lesbian Avengers, SAMOIS...). In Spagna e Francia, a partire dagli anni Novanta, i movimenti delle lavoratrici sessuali Hetaria (Madrid), Cabiria (Lyon) e LICIT (Barcellona), d'accordo con attiviste come Cristina Garaizabal, Empar Pineda, Dolores Juliano o Raquel Osborne formeranno un blocco europeo per la difesa dei diritti delle lavoratrici sessuali. In termini di dissidenza sessuale, il nostro equivalente locale [spagnolo], effimero ma di grande impatto, sono state le lesbiche del movimento LSD con base a Madrid, che pubblicano durante gli anni '90 una rivista dello stesso nome in cui compaiono. per la prima volta, rappresentazioni di porno-lesbismo (non di due eterosessuali che tirano fuori la lingua per eccitare i machitos, ma di autentici bollos del quartiere Lavapiés). Tra i continuatori di questo movimento in Spagna si possono citare gruppi artistici e politici come Las Orgia (Valencia) o Corpus Deleicti (Barcellona), così come i gruppi transessuali e transgenere di Andalusia, Madrid o Catalogna.

Siamo qui di fronte a un femminismo ludico e riflessivo chesi sottrae all'ambito accademico per incontrare nella produzione audiovisiva, letteraria o performativa i propri spazi di azione. Attraverso i film della pornofemminista kitsch Annie Sprinkle, le docufictions di Monika Treut, la letteratura di Virginie Despentes o Dorothy Allison, i comics lesbici di Alison Bechdel, le fotografie di Del La-Grace Volcano o di Kael TBlock, i concerti selvaggi del gruppo punk lesbico Tribe8, le predicazioni neogotiche di Lydia Lunch, o i porno transgenere di fantascienza di Shue-Lea Cheang si crea un'estetica femminista post-porno caratterizzata da un traffico di segni e di artefatti culturali e dalla risignificazione critica dei codici normativi che il femminismo tradizionale considerava come impropri per la femminilità. Alcuni dei riferimenti di questo discorso estetico e politico sono i film dell'orrore, la letteratura gotica, i dildo, i vampiri e i mostri, le pellicole porno, i manga, le dee pagane, i cyborg, la musica punk, le performance nello spazio pubblico come strumento di intervento politico, il sesso con le macchine, le icone anarco-femministe come le Riot Girls o la cantante Peaches, le parodie lesbiche ultrasessuali della mascolinità come le versioni drag king di Scarface o gli idoli transessuali come Brandon Teena o Hans Scheirl, il sesso crudo e il genere cucinato.

Questo nuovo femminismo post-porno, punk, e transculturale ci insegna che la migliore protezione contro la violenza di genere non è la proibizione della prostituzione ma la presa del potere economico e politico delle donne e delle minoranze emigranti. Allo stesso modo, il miglior antidoto contro la pornografia dominante non è la censura, ma la produzione di rappresentazioni alternative della sessualità, fatte da prospettive divergenti dallo sguardo normativo. Così, l'obiettivo di questi progetti femministi non sarebbe tanto di liberare le donne o raggiungere la parità giuridica, bensì di smantellare i dispositivi politici che producono le differenze di classe, di razza, di genere e di sessualità, facendo così del femminismo una piattaforma artistica e politica di invenzione di un futuro comune.

(Da El País, 13 gennaio 2007; traduzione di Paola Di Cori)
Link al testo spagnolo online

Beatriz Preciado è ricercatrice presso l'università di Princeton e docente di Teoria del genere e Storia politica del corpo presso l'università di Paris 8. Il suo libro Manifesto contra-sessuale è pubblicato in italiano da Il Dito e la Luna, Milano.