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29.10.09

Berlusconi Boffo Marrazzo

Oramai la cronaca incalza e il polverone mediatico rischia di appannare il tema di fondo, che sottende gli eventi: Berlusconi, Boffo, Marrazzo…chi sarà il prossimo? Ogni caso fa a sé, ma il filo che li lega, al di là di personalità e di sensibilità individuali così diverse, è quello tra sessualità e politica in generale, e tra sessualità maschile e politica più specificamente. Bisogna fare molta attenzione però a non cadere in un certo sensazionalismo, che tutto confonde, e non cedere alla tentazione che vede in questo defilé di “scandali” la premessa di una resa dei conti sul teatro immaginario del conflitto fra i sessi. Tutto ciò che sta avvenendo ha ben poca relazione con quanto guadagnò la scena negli anni settanta-ottanta e l’agonismo sessuale che fece da volano di una crisi profonda del cosiddetto patriarcato è da tempo alle nostre spalle. C’è anzi un’agonia dell’agonismo sessuale: la cronaca ci chiarisce la portata distruttrice (e attuale) di un classico logion lacaniano: non c’è rapporto sessuale. Fra uomini e donne, verrebbe da dire, la parola è al portafoglio o alle armi, la borsa e/o la vita, e quindi non c’è nessuna relazione. Le pratiche di cancellazione, a partire da quella letterale della violenza e della morte inferta con sempre maggiore frequenza ha incrinato oramai lo specchio immaginario della differenze, di sesso o di genere importa poco. Non c’è più ordinante specularità , l’Altro si rifrange su un prisma che ha mandato all’aria le identificazioni ammesse. Se il patriarcato è incrinato in profondità, è sempre il Fallo, il fallo disincarnato dai Nomi-del-padre, la sua logica, a distribuire le carte coperte sul tavolo da gioco. Situazione pericolosa come poche. Lo sanno, in primis, le donne, così come lo sanno gli omosessuali, le lesbiche, le transessuali.
Tutto ciò si dipana chiarendosi alla nostra comprensione se cogliamo il senso esatto del trilemma, denaro/sesso/potere, su cui ha meritoriamente insistito Ida Dominijanni in questi mesi. Ora di questo trilemma, o di questo annodamento, il meno che si possa dire è che non va da sé. Ha una sua storia, e degli antecedenti, che riprendo a modo mio da un vecchio ma attuale lavoro di Jean-Claude Milner.
L’assiomatica moderna (e maschile, con poche eccezioni) in materia di sessualità stabilisce un sistema di equivalenze interno a una transazione mercantile, che ha nel matrimonio il suo punto di addensamento istituito. Questo segmento sesso/denaro non ri-conosce l’alterità, la sua qualità, se non nella forma del valore d’uso. Le qualità di un corpo, di un soggetto sono essenziali, ma solo in quanto entrano in un sistema onnilaterale di relazioni di scambio. Levi-Strauss ha studiato la pre-istoria di questo sistema di scambio-circolazione (delle donne) in regime chiuso, che solo nel capitalismo conosce il suo pieno, “libero”, matrimoniale dispiegamento. D’altra parte lo stesso Marx nel Capitale analizza questa particolarità delle merci che contano sì per le loro “qualità”, ma solo entrando in circolazione attraverso un sistema di equivalenze, che per così dire pareggiano le differenze. La nascita e la storia stessa della democrazia moderna è largamente tracciata dallo stesso problema.
E non di altro ci parla Lacan, nel Seminario del 1968, che di quel “plusgodimento”, assolutamente omo-logico con il plusvalore marxiano, e che è il cuore mistico del sistema delle equivalenze. E di passata bisognerà riconoscere in questo cuore mistico non tanto il “simbolico maschile”, quanto i tratti della gestione maschile (e della sussunzione capitalistica) del simbolico, che sono ben leggibili nella filigrana degli scandali di questi mesi. E’ il valore aggiunto e mortifero del godimento –il plusgodimento- il vero risvolto dell’assenza di rapporto sessuale.
Ma l’assiomatica della modernità in materia di sessualità non è esaurita dal paradigma sesso/denaro. Ad esso se ne affianca un altro, che trattiene l’Altro, come figura indispensabile al piacere. Quell’altro che la transazione mercantile-matrimoniale disperde inevitabilmente. E’ il paradigma sadiano dell’uso del corpo. La pura esperienza dell’altro come pura differenza fra corpi diversi che si incontrano. L’oppressione, minuziosa e maniacale, di un corpo sull’altro ne è lo strumento. Tuttavia se si legge quel capitolo de La filosofia del boudoir, che ha per titolo Francesi, ancora uno sforzo per essere repubblicani, si capisce che lì sotto si agitava qualcosa di più vasto che non una singolare propensione perversa. Per Sade è profittevole godere in modo libero, e privo di freni, del corpo di una donna solo se lei è sollevata dalla repressione parentale e dal sistema matrimoniale. In caso diverso non potrebbe occupare il posto dell’Altro. Di qui la “proposta” di abolire il matrimonio. Ora questo paradigma, che ricopre l’altro segmento del trilemma, quello del rapporto fra sesso e potere, ha avuto un suo seguito. Se intorno a Sade, autore piuttosto noioso, si è stratificato un lavoro critico di portata straordinaria, si può supporre che non sia per caso. Se poi si pensa che di nient’altro ci hanno parlato Baudelaire e Mallarmè nell’ottocento, Bataille e Lacan e Pasolini nel novecento, percepiamo la portata simbolica di questo secondo e separato segmento del discorso sessuale. Ma se, tanto per non farsi mancare nulla, si registrasse che anche autrici di un certo femminismo a torto qui da noi considerato laterale (De Lauretis, Sedgwick, Preciado) si inseriscono in questo filone, per ri-significarlo, il quadro diventerebbe anche più completo.
Ora ciò a cui stiamo assistendo è la chiusura di questa forbice, di questo sistema a due segmenti in favore di un unico annodamento, che si enuncia appunto: denaro/sesso/potere. Ne va misurata la portata, sapendo che non si tornerà indietro –non si torna mai indietro.
Quello che meno convince nella discussione di questi mesi è che si ritiene il problema di natura esclusivamente maschile. Non è così. L’annodamento è potuto avvenire perché il paradigma dell’ “uso del corpo”, sfumate o ridotte a gioco erotico le sue risonanze estreme, si è “democratizzato” e ha visto l’assunzione di un ruolo attivo anche da parte di molte donne. Lo scambio fra sesso e potere avviene anche a partire da un uso del corpo (proprio) da parte delle donne. E’ quanto a suo tempo ci hanno spiegato e rispiegato, poco ascoltate per la verità, Michi Staderini e Roberta Tatafiore. Le donne –è vero- restano in questo sistema in una sorta di “esclusione interna”. Contrattano al suo interno, ma pur sempre in un regime di dipendenza. L’arretramento antropologico e anche una certa torsione delle relazioni hanno investito la società nel suo complesso. Siamo oramai di fronte all’esercizio diffuso di un sesso “senza sessualità”, oltre che senza amore. Una società non è fatta di parti a tenuta stagna, sicché dire che la questione è maschile, e insomma che siamo oramai vicine al momento in cui, nudo il re, si approssima l’ Arc de Triomphe della differenza femminile, significa mancare la cosa e il nodo decisivi.
C’è da dire che il pensiero della differenza sessuale sembra oramai inclinare verso un’ideologia della differenza sessuale. Registrare il regime delle differenze dopo il tramonto del patriarcato esigerebbe una plasticità di pensiero che la prassi della ripetizione preclude. Come si vede dalle cose – un pò sessiste- dette da Dominijanni all’Infedele a proposito di quelle transessuali, che ha trovato congruo definire “uomini mascherati da donne”. Mentre gli uomini che se ne sentono attratti sarebbero i risibili “omosessuali inconsci” di una diffusa e giornalistica psicoanalisi all’amatriciana. Anche al netto della tara che ogni discorso televisivo impone, si tratta di affermazioni che hanno un livello scientifico degno di un sovrappensiero di Nonna Abelarda, una caratura etica paragonabile alle incursioni della Santanché, un tenore politico degno del miglior Gasparri. C’è di che riflettere.
Le transessuali che si prostituiscono non hanno un problema molto diverso da quello delle varie Patrizie e Noemi. Problemi che ci coinvolgono per quello che veicolano. Solo, le donne transessuali che vivono ogni giorno la propria condizione, che sempre più fanno (o cercano di fare) un lavoro di tipo diverso, e che vogliono essere rispettate come persone, si sentono una pistola carica puntata addosso. Spiace dover prendere atto che un po’ di munizioni sia disposta a fornirle una femminista storica.
Un passaggio è oramai avvenuto, destinato ad avere conseguenze rispetto a quando l’esclusione femminile era “esterna” e di marca patriarcale. La sessualità come connettore della disgiunzione sessuata sembra oramai sotto la spada di damocle della sentenza lacaniana.
Bisogna pensarla di nuovo. E smettere di fare l’imitazione di “un’enorme autorevolezza femminile” che è lontana dall’essere conquistata, e che, mancando, ci vede tutte in pericolo.
Fabrizia Di Stefano

Pornocrazia

Le accuse rivolte da “Repubblica” al capo di governo, sintetizzate nelle famose 10 domande, e ampiamente riprese dalla stampa internazionale, riguardano, come noto: presunti commerci sessuali con minorenni, scambio di denaro e di favori - tra belle donne e anziani sviriliti (io ti do sul piano privato, tu mi dai su quello economico e politico)- mediante collaborazione di ambiziosi faccendieri cocainomani, con gravi ripercussioni a livello pubblico, istituzionale, elettorale. E’ quello che un documento femminista giustamente analizza come nodo sesso-potere-politica nel post-patriarcato. Concordo, come è stato detto da più parti, sul ruolo niente affatto passivo delle donne implicate nella saga porno di B. . D’altra parte, tutte le donne – grazie al femminismo – hanno acquistato agentività. Sono soggetti attivi anche quando vengono umiliate e ridotte al silenzio. E’ questa la grande novità dei brutti tempi che corrono.

Le recenti berlusconadas non sono tuttavia semplici da analizzare nelle loro diverse componenti poichè in esse si rivela qualcosa di diverso da vicende analoghe, in Italia e all’estero; qualcosa che in parte ricorda il film The Truman Show e che il linguaggio e le immagini utilizzati dai media hanno finito per imporre a livello di senso comune.

E’ chiaro che nel discorso corrente dei media e anche tra la cittadinanza spettatrice si parla spesso di sessualità intendendo, a seconda di chi usa il termine, cose diversissime.‘Sesso’ e ‘sessualità’ sono termini il cui significato non è affatto scontato, oltre a cambiare nel tempo; ciò vale sia per le donne che per gli uomini. Da anni molte donne intendono per ‘sessualità’ un ambito assai variegato e complesso, da non confondere con “sesso”; spesso confinante e/o sovrapposto a erotismo, ‘sessualità’ comprende desideri e pulsioni di genere diverso - fisico e mentale, del corpo, dei sensi e della conoscenza, sentimentale, artistico e intellettuale - non necessariamente coincidenti con la copula. E tutto questo include naturalmente anche una varietà di pratiche. Al contrario, per gran parte degli uomini, come bene illustrato dalle cronache degli ultimi mesi, la parola è quasi sempre banalmente sinonimo di sesso, di incontri con fini copulatori, di cene con belle ragazze disponibili; il desiderio sembra qualcosa di molto semplice e meccanico, che la sola presenza di una giovane di bell’aspetto basta a stimolare. Dei corpi si parla soprattutto per esaltarne la bellezza e seduttività, oppure per denunciarne la mercificazione. Ma in gioco c’è ben altro.

A metà degli anni ’70, oltre a parlare di un ‘dispositivo della sessualità’ (un insieme eterogeneo composto di corpi, organi sessuali, piaceri, alleanze, relazioni inter-individuali, dal quale sarebbe poi derivato il ‘sesso’; e molto altro) ne La volontà di sapere Foucault spiegava che a partire dal XVII° secolo l’esercizio del potere sulla vita - anziché sulla morte com’era nelle epoche precedenti - si è andato esercitando lungo due direttrici principali: il corpo in quanto macchina (da disciplinare, istruire, potenziare), e il corpo-specie, al fine di regolare le popolazioni. Progressivamente, e sempre più a partire dall’800, all’interno di questo quadro ha acquistato una grande importanza il sesso, in quanto partecipe sia delle discipline del corpo che delle regolazioni delle popolazioni: “Il sesso è contemporaneamente accesso alla vita del corpo ed alla vita della specie” (p. 129). Senza poter addentrarci nelle assai complesse articolazioni di questa analisi, basti ricordare che una simile combinatoria, spiega come mai il corpo occupi un posto di tale rilevanza nelle società contemporanee, e consente di capire perché sia così forte la pressione a voler sapere sempre di più intorno al sesso. Non contano tanto le ingiunzioni della morale e della Chiesa, la repressione, i castighi,“l’importante è che il sesso non sia stato solo questione di sensazione e di piacere, di legge o di divieto, ma anche di vero e di falso” (p. 52). Scrivendo sull’ermafroditismo di Herculine Barbin, aggiungeva che “è sul versante del sesso che bisogna cercare le verità più segrete dell’individuo; che là è possibile scoprire meglio ciò che è e ciò che lo determina”, “in fondo al sesso, la verità”. La parresia, la pratica di ‘dire il vero’, è il compito che il filosofo si poneva, qualcosa per cui vale la pena porre la propria vita a rischio.

Qualche decennio più tardi, nelle sue Vite precarie (2004), nel clima di guerra, violenza e lutto successivo all’attacco al World Trade Center, Judith Butler - che ha rivisitato con grande acutezza le analisi di Foucault – a proposito della vulnerabilità dei corpi, la caratteristica di essere esposti e dipendenti da altri, ha insistito sul fatto che “il corpo ha una imprescindibile dimensione pubblica . Il mio corpo, socialmente strutturato nella sfera pubblica, è e non è mio.” Al centro delle sue preoccupazioni, come anche delle nostre, c’è il problema di come la precarietà della vita debba essere collegata ai “confini che delimitano la sfera pubblica e con ciò che in essa sarà visibile o meno”.

Questi richiami ci sembrano appropriati nel contesto italiano in seguito alle scorribande di un sultano prostatizzato a capo del governo, e nella modificazione dei limiti della sfera pubblica che ha reso minaccioso per la democrazia il suo mandato. A seguire le cronache, si ha l’impressione che la barriera tra le questioni da discutere in parlamento e quelle di cui si parla in un club di scambisti sia diventata sempre meno definita. L’avvicendarsi, confondere, sovrapporsi dei due livelli – sessuale e parlamentare – è alla base del senso di profondo disorientamento che pervade il paese e rende obsolete e inefficaci molte analisi intorno agli affari privati del signor B..

Ci troviamo di fronte all’emergere di una forma di discorso pubblico assai particolare, che in mancanza di un termine più appropriato chiamerei pornocrazia. Un regime discorsivo si dice pornocratico quando a predominare nell’area del dibattito politico, pubblico e mediatico, è la porneia, la pratica fornicatoria con scambio di denaro; quando tale habitus è diffuso tra uomini di entrambi gli schieramenti in modo da poter garantire consenso a chi ha più potere. Ed è qui che ci troviamo a vivere, uomini e donne che provano preoccupazione e ripugnanza per quanto sta accadendo nel paese, e si trovano ammutoliti e impotenti a dover esprimersi in una arena pubblica che appare desertificata. Il discorso intorno al ‘porno’ ha gradualmente sostituito la tradizionale discussione sui temi che un tempo erano considerati i prediletti della agenda politica.

Tutto ciò è stato reso possibile proprio dalla centralità di corpo e sessualità nella sfera pubblica contemporanea, e dalla censura imposta a chi ne ha criticato deformazioni e deviazioni. Si è così prodotto uno scollamento: tra i drammi della realtà quotidiana – la crisi finanziaria e la disoccupazione crescente, i disastri naturali, la legislazione razzista sugli immigrati, scuole e università allo sfascio, ecc. – e un governo che gestisce i problemi un po’ a casaccio, senza alcuna opposizione o discussione nel merito, a colpi di decreti. Lo spazio un tempo occupato dal dibattito politico è vuoto, simile a un palcoscenico senza attori; o per meglio dire, al suo posto abbiamo la recita pornocratica a protagonista unico del il cittadino B.

La porneia agisce in sostituzione dei principi che guidavano le forme rappresentative precedenti, divenute obsolete; né la pornocrazia va considerata come un episodio passeggero di cattivo gusto e caduta di stile, bensì alla stregua di una vera e propria pratica politica in senso pieno; vale a dire una modalità di operare nei confronti di argomenti e questioni inerenti la polis.

Non c’è stato un improvviso mutamento di rotta nella gestione del governo; un diversivo rispetto alla gestione maldestra degli effetti della crisi economica e occupazionale, del terremoto in Abruzzo, dell’alluvione in Sicilia. Il cittadino B. ha costruito giorno dopo giorno il suo dominio pornocratico, combinando disponibilità finanziarie immense con l’efficace uso dei mezzi di comunicazione, la forza elettorale e la debolezza degli avversari. Maestro nell’orchestrare lo sfrenato diffondersi di tanta orgia visiva pubblica e privata, il cittadino B. è libero di fare e disfare a suo piacimento leggi, istituzioni e ordinamenti: l’opposizione non ne pretende le dimissioni; centinaia di deputati e senatori che fanno parte della sua banda ne approvano l’operato senza far mai trapelare ombra di dissenso; il Pontefice si guarda bene, nei numerosi interventi riguardanti la morale e la sacralità delle famiglie cristiane, dal deprecare le effervescenti imprese pornocratiche del cittadino B.

Discutere dello scambio tra sesso e potere ha un senso all’interno di regimi parlamentari che funzionano secondo i principi delle democrazie costituzionali; ma in quello pornocratico, che senso può avere? L’attenzione dei media e del paese sulle imprese fornicatorie fuori e dentro il governo, con la conseguente affermazione della pornocrazia, ha messo in luce un altro aspetto importante di quello che sta accadendo: la riduzione del discorso sulla sessualità a vuota chiacchiera. Esso non riguarda più, come sarebbe stato un tempo, la liceità o meno di certi comportamenti, bensì opera in senso opposto: annulla la rilevanza dei rapporti sessuali propriamente intesi (vale a dire l’incontro fisico tra esseri, quale che sia la loro scelta di appartenenza di genere e denominazione anagrafica); banalizza fino a neutralizzarlo del tutto l’insieme di significati, riferimenti, allusioni, che per molto tempo ha caratterizzato l’intero campo semantico riguardante sentimenti amorosi, rapporti fisici e pulsioni.

Intorno all’erotismo e alla sessualità, il ‘900 è stato generoso di contributi importanti sul piano culturale (si pensi alla psicanalisi, al surrealismo, alle avanguardie artistiche della prima metà del secolo), e al contributo di alcuni movimenti emersi negli anni ’60 e ’70 (in primis quelli femminista e gay). Queste esperienze ci hanno familiarizzato con la complessità di questi temi, e con le rilevanti implicazioni del rapporto tra pubblico e privato sul piano politico. Con l’avvento della pornocrazia l’equazione “il privato è pubblico” non esiste più, se non nel suo rovescio: “pubblico è privato” . Obiettivi che un tempo erano prerogativa delle donne lo sono ora di tutti.

Questo è un male se significa restrizione degli spazi democratici; potrebbe essere un bene se contro la orchestrazione pornocratica si espandono mobilitazioni collettive e reti di opposizione (attraverso il web, per esempio), con obiettivi di aggregazione dove la centralità del corpo si presenta con segno rovesciato: non violenza e mercificazione, bensì analisi critica dello sfruttamento (nel lavoro, negli ambiti della comunicazione), denuncia delle restrizioni imposte dalla pornocrazia, e consapevole uso delle sue potenzialità.

Paola di Cori