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12.1.13

Come iniziare un seminario? Forse da un manifesto di rivolta che ci faccia misurare la distanza ma che comunque nasconde ancora mine inesplose. Un azzardo, senza presumere che questo sia IL femminismo. Però se i manifesti servono a fare piazza pulita immaginando un "altro" inizio questo funziona ancora. Datato e attuale come una rovina che ci parla. Un link al Manifesto di Rivolta Femminile (1970) http://www.evelinademagistris.it/2009/03/20/manifesto-di-rivolta-femminile-carla-lonzi-1970/

3 commenti:

  1. Marco Macrì15.1.13

    Premessa: come già dissi in occasione del nostro primo incontro, il mio (discontinuo e "inconsapevole") percorso verso termini quali Gender, Queer e femminismo, si è sviluppato tramite altri termini, probabilmente legati da un filo molto più sottile di quanto potessi pensare ai termini sovracitati: parole come Riot Grrrl e Queercore formavano sostanzialmente l'intero bagaglio di cui disponevo a proposito di questi argomenti.

    Proprio a causa di queste poche e smilze definizioni, non ho potuto fare a meno, durante la lettura del Manifesto di Rivolta Femminile, di collegarlo alla recente controversia che ha investito la punk-band russa delle Pussy Riot.

    Detto ciò, fin dalle prime righe, mi sono trovato a fare i conti con riflessioni che, onestamente, non avevo mai fatto. Riflessioni e pensieri che si sono rivelati contrastanti: "La donna non va definita in rapporto all'uomo"; "La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna". Che cos'è allora l'uguaglianza? Se le cose stanno davvero così, l'uguaglianza di cui si è dibattuto e di cui si parla tutt'ora, non rischia di essere, per le donne di oggi, una imitazione, uno scimmiottamento dell'uomo dipinto da Carla Lonzi? D'altra parte, a tratti, non sono riuscito ad avere distanza nei confronti dello scritto, che con i suoi toni rigorosi e infuocati ha suscitato in me quasi un senso di apparteneza agli ideali manifestati dalla Lonzi. Distanza che ho parzialmente ritrovato ripensando alle parole del Professore in occasione dell'incontro di mercoledì scorso: un Manifesto dichiara ed espone in modo "urlato" i principi di un movimento. Io però mi sono sentito frastornato da queste "urla".

    "Noi cerchiamo l'autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo nè all'organizzazione nè al proselitismo". Mi prendo una piccola libertà che forse, essendo un uomo, non mi compete, ma concedetemi di concludere dicendo che per essere una donna ci vogliono le pa**e!

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  2. Caro Marco,
    mi permetto di fare un'osservazione forse pungente, ma mi ha richiamato alla memoria una piccola bagarre di cui ho letto qualche mese fa su alcuni blog riguardo alla traduzione in italiano del titolo di un libro: How to be a Woman di Caitlin Moran, tradotto da S&K con "Ci vogliono le palle per essere una donna".

    Anche asserire che per essere una donna ci vogliono le pa**e è una possibile conseguenza del creare l'identità della donna a partire dall'uomo. Sono fermamente convinta che la cultura di un popolo passi anche attraverso la lingua, il problema semmai è capire se è la cultura a influenzare la lingua o la lingua la cultura, se qualche connessione c'è - io sono convinta di sì. "Sii uomo" non ha, per noi, la stessa valenza di dire a qualcuno "Sii donna". Quando si vuol dire a un uomo di non essere debole gli si dice "Non fare la femminuccia". E decine di altri esempi si potrebbero fare.

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  3. Ciao,
    sono d'accordo con la tua osservazione. La mia voleva essere solo una butade "sformalizzante". Tutto sommato non credo sia una questione di lingua, ma di gergo, il che secondo me è un po' diverso; mi spiego meglio, e spero di non andare fuori tema: dire ad un uomo "hai le tue cose" penso significhi dare lui del lunatico, un po' permaloso e sulla difensiva. Ma io questo esempio (così come quelli che hai fatto tu) lo leggo in chiave umoristica, niente affatto rigorosa, e l'opinione che ho quando sento espressioni come "sii uomo" e "tira fuori le palle" è di un tentativo (goffo, ma anche autoironico) di "confronto" gergale in un contesto di reciprocità di soggetti (uomo e donna). Almeno questa era la mia intenzione. In effetti è indubbio che nell'espressione "Non fare la femminuccia" ci sia una gran dose di sessismo. E' innegabile. Ma ho l'impressione che non sia un sessismo invasivo. A mio parere le vecchie categorizzazioni "gentil sesso" e "sesso forte" si portano dietro più problematiche.

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