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18.1.13

Torno sul Manifesto che abbiamo tutte e tutti letto, e che abbiamo cominciato a discutere insieme mercoledì scorso. Credo che la maggior parte di noi abbia sperimentato la forza del testo, la sua capacità ancor oggi di scuotere, e di dividere. Ma anche un caotico senso di sovrabbondanza, quasi spaesante. C’è veramente “tutto” in questo manifesto, e anche in ciò mi sembra rifletta bene l’energia e la generosità di una generazione che non aveva paura di mettere in discussione tutto, e tutto in una volta. Per questo credo che la lettura di queste poche pagine trasmetta un vigore e una radicalità che oggi ci sembra quasi insostenibile, da un lato perché questo “gesto di rivolta” può sembrarci datato, dall’altro perché molt* non sentono più quella energia, quel desiderio o quella rabbia per scommettere in un “nuovo inizio”: anche se percepiamo di essere giunti ad un punto terminale di un sistema socio-economico, insostenibile per molti aspetti. Abbiamo visto che il Manifesto ha una forma non sistematica; nella premessa Carla Lonzi dice che si tratta quasi di una “antologia” di frasi significative emerse, “come una rivelazione”, da un processo di presa di coscienza tra donne, tra le donne del collettivo. È dunque il risultato di una pratica “separatista”, inedita e rivoluzionaria. Sebbene il separatismo non goda spesso di buona fama – quanto spesso sentiamo usare il termine “ghetto” o “ghettizzazione” in senso negativo ? – resta il fatto che senza la decisione di queste donne di “partire da se stesse” senza la presenza maschile la libertà di immaginarsi come soggetti autonomi - e la sperimentazione data dall'autodeterminazione - non sarebbe venuta. Come scriveva Beauvoir, "Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale”. Per poter parlare al plurale è necessario conoscere che cosa accomuna vari individui, ma per fare questo è anche necessario che ciascun individuo abbia preso coscienza di chi è, o almeno di chi non è: confrontandosi con le altre che hanno deciso di uscire "allo scoperto" in quanto donne. Per questo mi sembra che il Manifesto ponga la necessità insostituibile di “scoprire” che cosa voglia dire “essere donna”, in modo da poter immaginare un soggetto collettivo “donna”: come se tale soggetto fosse ancora ignoto alla storia. Tale scoperta, o “rivelazione” – e mi sembra un’intuizione fondamentale – non può essere individuale, cioè raggiunta singolarmente e separatamente da ogni donna, ma può solo avvenire insieme, e tra donne. Un separatismo che è possibilità di messa in comune. Soltanto sperimentando quella particolare forma di “corpo unico” (v. prima citazione da Olympe de Gouges) che è il collettivo femminista di autocoscienza, ogni donna pone le basi per la propria soggettività, per il proprio “farsi” come soggetto. Va da sé che si tratta di un soggetto in divenire: è il processo di "uscire fuori" che Lonzi sottolinea nella premessa. Il Manifesto perciò è l’espressione di una vera e propria nascita, e l’inizio di un viaggio: quello della donna come soggetto, al tempo stesso individuale e collettivo, personale e politico. Le donne imparano a dire “io” dicendo “noi”, il che rende bene l’avventura di un non-soggetto che impara a diventare soggetto.

1 commento:

  1. Riguardo all'incontro di quest'oggi, che inevitabilmente ha preso numerosi spunti dal Manifesto di Rivolta Femminile, volevo postare alcuni link sugli argomenti di cui abbiamo discusso:
    SITO UFFICIALE DELLE FEMEN: http://femen.org/
    PAGINA WIKIPEDIA DELLE FEMEN: http://it.wikipedia.org/wiki/FEMEN
    SITO UFFICIALE DELLE PUSSY RIOT: http://freepussyriot.org/
    PAGINA WIKIPEDIA DELLE PUSSY RIOT: http://it.wikipedia.org/wiki/Pussy_Riot

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